mi siedo in un angolo..
Quello più lontano dove la prospettiva della sala è completa ed ogni movimento si può osservare senza ostacoli e, nessuno si accorge di me.
Con le cuffie nelle orecchie per annullare il normale frastuono del call-center nell’ora di maggior affluenza di clienti e rappresentati.
La percezione degli altri è nell’essenza: espressioni che cambiano repentinamente, sguardi che si incrociano, movimenti delle mani a dar tempo alle parole, book sfogliati alla velocità del vento, firme "rubate" tra un dissenso e un assenso e tristezza nascosta in quel sorriso dipinto.
E quel sorriso dipinto mi colpisce sempre.
Non è falso! Una maschera per proteggersi dagli sguardi indagatori, dalla domanda che poi nessuno ha il coraggio di fare.
Maschera che protegge dal mondo perchè seppur dipinto disarma.
Lo sguardo si incrocia e il sorriso scatta automaticamente ma non riesco ad essere così immediata, non v’è nulla di cui sorridere, ora.
E come in un balletto senza musica quel sorriso diviene una smorfia di dolore nell’ammiccamento di uno sguardo che racconta molto più di quanto le parole possano fare.
Il dolore, quello vero, mai superato o risolto, resta sulla pelle qualunque cosa si faccia e per quanto si provi a nascondere riaffiora sempre.
So che quel dolore non sarò mai capace di comprenderlo fino in fondo, perchè seppur da sempre considerata una pecorella smarrita che prima o poi rientrerà nel gregge, non sono ciò che questa società considera "diverso" da condannare.
Al massimo sono da redarguire, da riportare sulla retta via perchè tutto sommato prima o poi mi ravvederò e magari mi sposerò in chiesa e convincerò i miei figli a intraprendere il percorso di fede.
Lui per quanto faccia resterà sempre e solo, prima di tutto, un omosessuale.
insopportabile per me.
Lo sguardo scivola sul suo bel viso, pulito, franco, nella domanda che ogni volta riaffiora: come fanno a non vedere quello che vedo io: un uomo intelligente, serio, rispettoso verso tutto e tutti, che ha costruito un impero dal nulla.
Che oggi seppur benestante non dimentica da dove è arrivato, quanta fame, umiliazioni, ha patito per essere lì.
Mi sento fortunata, per questa amicizia nata nelle sale di una biblioteca che dura da tanto tempo, senza che le intemperie della vita l’abbia mai scalfita.
Sorrido, a quest’uomo che si avvicina, con portamento elegante: "Ho finito, libero, si fa due passi?"
Mi porge il braccio ed usciamo in questo pomeriggio stranamente primaverile, ridendo per gli sguardi incuriositi e carichi di domande delle persone che ancora affollano la sala.
Mi allungo in tutta la mia altezza appoggiandomi al suo braccio, orgogliosa di essere sua amica
sorrido
quanto si perdono e non lo sapranno mai
©Lughe