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Archive for giugno, 2009

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30

L'ISOLA CHE NON C'E'

Posted by saltidivento on giugno 30, 2009

 

L’ISOLA CHE NON C’E’

Da www.vigata.org

La storia più antica

Uno scricciolo, terra di nessuno e bramata da tutti: l’"Isola Ferdinandea".
Tra il 22 e il 29 giugno del 1831, scosse di terremoto ed emanazioni di acido solforico, annunciarono il fenomeno, mentre il mare diventava torbido e ribolliva. L’8 luglio si alza una colonna d’acqua e di vapori; analogo episodio qualche giorno dopo: la colonna era alta 1500 metri.
Il 16 luglio, dove il mare aveva una profondità di 200 metri, emergeva, per 65 metri e con una circonferenza di quasi quattro chilometri, un isolotto con un cratere che eruttava vapori e ceneri.
Cessato il fenomeno di parossismo, l’isola veniva erosa e smantellata dalle onde. Trentadue anni dopo, nel luglio del 1863, una nuova isola fa la sua apparizione, ma poi scompare.
La sua storia è legata ai sogni e alle speranze che originò e che ben presto naufragarono; e soprattutto agli scontri diplomatici che causò tra le nazioni europee, interessate alla sua posizione strategica nel Canale di Sicilia.
Il 2 agosto del 1831 gli inglesi, già di posta a Malta, mandarono il capitano Senhouse per piantare la bandiera britannica e la battezzarono ‘Isola di Graham’. Ma i Borboni ebbero la meglio: il capitano Gualguarnera spianta la bandiera inglese e la sostituisce con la propria, denominandola ‘Ferdinandea’ in onore di Ferdinando I, re delle due Sicilie. Appresso giunsero anche i Francesi: il geologo Costant Prevost le diede il nome di ‘Julie’ dal mese in cui comparve.

La storia più recente

Oggi l’isola che non c’è’ sta lì, nel Canale di Sicilia: 36-10′ latitudine Nord e al 12-43′ longitudine Est, 38 miglia ovest-sud-ovest da Porto Empedocle. È da qui, o dal porto di Sciacca, che salpano spedizioni scientifiche per il recupero dei campioni di roccia dalla sommersa ‘Isola Ferdinandea’: il ‘cocuzzolo’ si trova ad appena otto metri sotto il livello del mare.
L’unica parte solida e compatta dell’isola è quella apicale, di venti metri circa di altezza. Al di sotto di essa materiali incoerenti, simili alla sabbia, alla spugna lavica. Il permanere di questi strati "fragili" spiega anche perché l’isola sia stata aggredita così facilmente dal mare.
Ampiamente indagata dalla spedizione di Paolo Colantoni negli anni ’70, e prima ancora da Gemmellaro e Marzolla nel 1831, l’interesse maggiore oggi è rivolto a comprendere se il fenomeno vulcanico sia in quiescenza o in fase di evoluzione. Questa è una zona molto ricca di faglie orientate da nord-ovest a sud-est; sono queste, scaturite dall’attrito tra la placca africana e quella europea, a liberare il materiale di origine vulcanica che ha generato l’isola Ferdinandea, così come Pantelleria e Linosa. Non è improbabile che il fenomeno sia ancora in corso e, quindi, che la pressione del magma dalle regioni più sotterranee possa portare ad una nuova emersione.

http://www.siciliaonline.it


L’isola efimera. Gaetano Allotta, Edizione d’arte, pp.117. E 15,00

L’isola del fuoco

La Sicilia è stata chiamata anche, « l’isola del fuoco » per il suo vulcano Etna, ma sarebbe meglio chiamarla « isola del fuoco in un mare di fuoco » se si pensa che quasi tutte le piccole isole che le fanno corona sono di origine vulcanica. I fenomeni vulcanici nel mare che circonda l’ Isola sono noti fin da tempi antichissimi. Aristotele, nel libro delle Meteore, racconta che l’isola di Vulcano, nelle Eolie, spuntò dal mare fra il fragore di esplosioni vulcaniche; lo Stromboli comparve poco prima dell’età di Plinio, e gli storici romani ricordano eruzioni sottomarine nel canale di Sicilia. In questo tratto del Mediterraneo le eruzioni sono più frequenti che altrove e si verificano particolarmente nel tratto di mare che va da Capo Granitola a Capo Bianco, in corrispondenza di quei bassifondi detti banchi o secche, alcuni dei quali sono ricoperti di coralli: i famosi banchi di Sciacca. Dall’eruzione avvenuta su uno di questi banchi in epoca immemorabile, nacque l’isola di Pantelleria, esempio perfetto di isola vulcanica che culmina nella Montagna grande, avanzo di un cratere vulcanico contornato da altri 24 crateri detti « cuddìe ». Precisamente fra Pantelleria e Sciacca, nel 1831, spuntò un’Isola vulcanica che, dalla sua nascita alla sua scomparsa, poté essere seguita e studiata dai più illustri scienziati dell’epoca. Il 28 giugno 1831 si cominciarono ad avvertire a Sciacca ripetute scosse di terremoto (avvertite anche a Palermo) che durarono fino al 10 luglio e produssero lesioni in alcune case. Il mare, nel tratto nel quale doveva sorgere la nuova isola, fu violentemente agitato, come asserì il capitano Pulteney Malcon il quale vi passò col suo bastimento. Il 4 luglio si avvertì odore di idrogeno solforato proveniente dal mare, in quantità tale da annerire gli oggetti d’argento. Il 13 luglio, si vide nettamente dalla piazza di S. Domenico, sempre di Sciacca una colonna di fumo, alla distanza di circa 30 miglia, nel luogo detto: « secca di mare ». Si pensò ad un piroscafo di passaggio; poi, data la persistenza del fumo, ad un piroscafo in fiamme. In quello stesso giorno il capitano Francesco Trafiletti. Comandante del brigantino Gustavo, proveniente da Malta, riferì che a 30 miglia da Capo S. Marco aveva notato un ribollimento delle acque che aveva creduto effetto dell’ agitarsi e del dibattersi di grossi cetacei. La colonna di fumo, il ribollimento delle acque ed i boati furono notati dal 13 al 15 luglio anche dal capitano Mario Provenzano, comandante la bombardiera Madonna delle Grazie, che faceva rotta per Malta. Due giorni dopo il capitano Corrao di Sciacca ed i marinai che tornavano dalla pesca, passando da quel punto notarono gran quantità di pesci galleggianti, alcuni morti, altri tramortiti ed una colonna di fumo di circa 15 metri di altezza che si alzava impetuosamente dal mare, accompagnata da forti brontolii e dal gorgoglio delle acque circostanti. Dopo un paio di giorni cominciò l’eruzione di lapilli, di pomici. di tufi e di scorie infuocate che, cadendo roventi nel mare, ne determinavano uno spumeggiante stridore e si spingevano fino alla spiaggia di Sciacca. Il 17 luglio si era già formato un isolotto che cresceva rapidamente in dimensioni e in altezza. La Deputazione sanitaria di Sciacca mandò sul posto una barca peschereccia comandata da Michele Fiorini, il quale piantò sulle falde del vulcano nascente un remo, come primo scopritore, e portò a Sciacca le prime notizie sulla nuova isola. Questa era sorta a 37°, 11’ di latitudine nord e 12°, 44’ di longitudine est da Greenwich, in una zona profonda 180 metri, sul banco detto « secca di mare » che fu poi chiamato banco Graham. La notizia della nascita della nuova isola si sparse rapidamente; da Palermo fu inviata la real corvetta Etna, al comando del capitano di fregata Raffaele Cacàce; da Marsala partì un brigantino inglese con a bordo anche molti curiosi. I fenomeni eruttivi furono intensissimi dal 18 al 24 luglio, poi cessarono fino ad estinguersi nei primi di agosto, epoca in cui l’isola raggiunse il suo massimo sviluppo: 4800 metri di circonferenza e 63 metri di altezza massima. Essa si presentava di forma circolare ed era irregolarmente alta; infatti dal lato di nord-est aveva la sua massima altezza, dal lato sud era alta appena m. 8,50 ed ancor meno dal lato ovest. Nel mezzo era un falso piano che nella parte nord comunicava col mare ed in esso si apriva il cratere della circonferenza di 184 metri, dove si aprivano due bocche eruttive, dalle quali venivano emessi ad intermittenza, i materiali vulcanici. L’eruzione durava da mezz’ora ad un’ora e poi riprendeva dopo qualche minuto, determinando così una deposizione a strati dei materiali eruttati. Cessata l’eruzione, le due bocche del cratere si riempirono di acqua marina che vi entrava da nord e si trasformarono così in due laghetti dove l’acqua mandava vapore fino alla altezza di qualche metro. Uno dei due laghetti aveva una circonferenza di venti metri ed una profondità di due l’acqua contenuta era di color giallo rossastro ed aveva sapore salino piccante; l’altro laghetto era più piccolo e l’acqua aveva color giallo e sapore sulfureo. L’analisi delle dette acque dimostrò trattarsi di acqua marina con sali ferrosi ed idrogeno solforato. L’eccezionale fenomeno geologico fu osservato e studiato da numerosi scienziati fra cui i tedeschi Hoffinann, Schultz e Philippi, gli inglesi Davy e Smyth, i francesi Jonville e Prévost. Fra gli italiani furono: Domenico Scinà (1765-1837) che pubblicò le sue osservazioni nelle « Effeméridi siciliane » (1832 – Vol. 2°) e Carlo Gemmellaro (1787-1866) professore di geologia e mineralogia nell’Università di Catania, il quale pubblicò una chiara e precisa relazione negli « Atti dell’Accademia Gioenia di Catania » (1831 – Vol. 8°). Molti furono i curiosi chee si recarono a Sciacca per portarsi sulla nuova isola ed alcuni di essi ne hanno lasciato descrizioni in giornali e, riviste dell’epoca, specialmente gli stranieri. fra cui, in particolare modo, gli inglesi, due dei quali, malgrado il calore emanato dai materiali eruttivi, nei quali si affondava fino alla caviglia, con la classica flemma britannica, si sedettero a far colazione! Gli inglesi ebbero una particolare predilezione per la nuova isola che si trovava sulla rotta per Malta. La Gazzetta di Malta del 10 agosto 1831 riferiva che il capitano Sanhouse, comandante del cutter Hind, il 2 agosto era sbarcato sulla isola e vi aveva piantato la bandiera inglese; un altro inglese, il 7 agosto partì da Sciacca con la barca di Domenico Cusumano, portando una bandiera inglese che avrebbe piantato nell’isola, ma vista la furia del vulcano, stimò più prudente starsene ad un miglio di distanza. All’isola furono dati sette nomi: Sciacca, Nertita, Corrao, Hotham, Giulia, Graham, Ferdinandea. La Società Reale e la Società di geologia di Londra adottarono il nome di Graham, uomo politico inglese che partecipò alle vicende della costituzione siciliana del 1812 e fu poi ministro degli interni quando furono aperte le lettere di Mazzini che, comunicate al governo borbonico, causarono la fucilazione dei fratelli Bandiera e dei loro animosi compagni. Il 17 agosto 1831 Ferdinando II di Borbone, allora regnante su Napoli e Sicilia, con atto sovrano includeva l’isola nel proprio regno e le dava il nome di Ferdinandea, proposto dal Gemmellaro. Il 29 settembre il francese Derussat, che faceva parte della spedizione scientifica del prof. Prévost, issò la bandiera francese sulla parte più alta dell’isola, alla quale fu dato il nome di Giulia a ricordo della sua apparizione nel mese di luglio. Intanto la nuova isola, flagellata dalle onde, diminuiva progressivamente; quando la visitò il Prévost il suo perimetro era ridotto a 700 metri. Verso la fine di ottobre l’isola emergeva di circa un metro dal livello del mare ed il cratere era appena riconoscibile. L’8 dicembre il capitano Vincenzo Allotta, comandante del brigantino Achille, al posto dell’isola trovò una piccola colonna di acqua calda « con puzza di bitume ». Il 17 dicembre due ufficiali dell’Ufficio topografico di Napoli, recatisi sul posto, trovarono che tutta l’isola era stata coperta dal mare. Nel gennaio dell’anno successivo (1832) il vice ammiraglio Hugon e il capitano Swinburne trovarono solo un bassofondo. Verso la fine del 1835 al posto dell’isola esisteva un piccolo monte subacqueo esteso per circa 1100 metri e la cui cima era a circa tre metri dalla superficie del mare, costituendo un pericolo per la navigazione. Il 12 agosto 1863 il cratere si riaprì ed in pochi giorni si formò una nuova isoletta che fu subito distrutta dalle onde marine. Secondo gli ultimi rilievi fatti dall’Istituto Idrografico della Marina Militare (1925) dell’isola rimane, nella parte sud orientale del banco Graham, un cono vulcanico, la cui base ha la forma di un cerchio di circa 500 metri di diametro, alla quota di circa 25 metri sotto il livello marino e la cui sommità sale ad otto metri sotto il livello del mare.

http://www.grifasi-sicilia.com/

Da dumas a Camilleri: i suoi cantori

L’isola dei sette nomi (Sciacca,Nertita, Corrao, Hotham, Julie, Graham,Ferdinandea) ha ispirato studiosi, scrittori, poeti e pittori di tutta Europa. Il primo a studiarla fu Carlo Gemellaro (1787-1866), geologo dell’Universita’ di Catania, che la dedico’ al Re Ferdinando II. Fu descritta da Alexandre Dumas, nel suo Viaggio in Sicilia e, in tempi piu’ recenti, e’ stata protagonista del romanzo Un filo di fumo di Andrea Camilleri. Alcuni pittori dell’800 ci hanno invece regalato le uniche testimonianze visive della sua attivita’ vulcanica. Una bella immagine delle Ferdinandea la si puo’ ammirare a Villa Pignatelli a Napoli.

Quasi due secoli di battaglie per una terra che non esiste

La questione della sovranita’ sull’isola Ferdinandea si trascina da 170 anni. Il times ha scritto, a proposito dell’eventuale riemersione, " nel Mediterraneo sta per risorgere un pezzo di impero britannico". In effetti, quando l’isola spunto’ dal mare nel 1831, l’ammiraglio inglese Senhouse fu il primo ad avvistarla. Ma basta questo a fare della Ferdinandea territorio britannico? No perche’ l’isola si trova a 30 miglia da Sciacca ma ad appena 22,5 dal punto piu’ vicino della costa siciliana, Capo Granitola. Le acque territoriali italiane si estendono per 12 miglia, ma altre 12 (si arriva dunque a 24) potrebbero essere riconosciute al nostro paese come Zona Contigua Marittima, in omaggio alla Convenzione di Montego Bay che lascia margini di auto difesa ad ogni paese contro violazioni delle norme internazionali. Tale convenzione andrebbe pero’ attivata da una norma interna che l’Italia non ha ancora. Un’altra possibilita’ e’ quella di appellarsi alla Convenzione di Gineva del ’58 sulla piattaforma continentale, dal momento che il Banco di Graham, dunque la Ferdinandea, sono stabilmente ancorate a quella su cui risiede anche l’Italia. Terza opportunita’ e’ quella di proclamare la zona di Graham "Area specialmente protetta di importanza Mediterranea", sulla base del Protocollo di Bracellona del ’95. Chiunque si appelli ad antichi diritti sull’isola, guadagnati quando questa emerse e legati al concetto di res inventata (una cosa appartiene a chi la trova, secondo il diritto romano) e’ destinato a veder soccombere le sue pretese. Ma e’ tornata sott’acqua, e li giace da 170 anni …

(m.m)

Benvenuti sull’isola che non c’era. E ora riemergera’

Benvenuti sull’isola che non c’e’. O meglio: che c’e', ma sta sott’acqua e potrebbe emergere da un momento all’altro. Gia’, perche’ mentre Stromboli a colpi di lava si sgretola e frana in mare, continuando a creare allarmi, dalla parte opposta della Sicilia un isolotto, proprio grazie ad un’eruzione vulcanica, potrebbe presto a rivedere la luce del sole. E’ l’isola Ferdinandea, poco piu’ di uno scoglio a 22 miglia dalla costa siciliana, ma con alle spalle una storia affascinante, fatta di interrogativi scientifici e contese diplomatiche che durano da 170 anni.

A Sciacca, paese in provincia di Agrigento, il conto della rovescia, per gli esperti provenienti da tutta Europa, e’ gia’ cominciato. La speranza e’ di poter assistere in diretta alla riemersione della Ferdinandea. Un evento verificatosi per l’ultima volta nel 1831, quando l’isola mise il suo naso rovente fuori dall’acqua per appena 5 mesi. A bordo della motovedetta Mazzinghi della Capitaneria di Porto di Palermo, insieme al sub della Lega Navale di Sciacca, oggi ci sono inglesi e francesi, alcuni dei quali, sfidando l’ira dei siciliani, hanno portato con se’ i loro vessilli nazionali da piantare sul cono sommerso: quasi a voler ripetere le gesta dei loro antenati, ce avevano scatenato una mai risolta bagarre diplomatica per imporre il proprio dominio su questo pezzetto di terra e sabbia infuocate. La Ferdinandea e’ un mito tornato di attualita’, da quando Enzo Boschi, direttore dell’Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), ne ha pronosticato l’imminente ricomparsa. In realta’, oggi sulla Ferdinandea (o Graham, come la chiamo’ l’ammiraglio inglese Senhouse, in onore di Sir Graham, primo Lord dell’ammiraglio inglese, o ancora Julie, vezzoso nome datole da due studiosi francesi, in omaggio al mese della sua apparizione, luglio) non si fanno molti controlli: l’unico sismografo della zona (collocato a Pantelleria dall’Istituto Ettore Maiorana di Erice) e’ ormai fuori uso. Gli esperti dell’Ingv di Catania, pero’ si stanno organizzando.

L’ultima campagna oceanografica nella zona Ferdinandea risale a due anni fa, dice Massimo Pompilio. All’epoca non c’erano segni che facessero pensare a un’eruzione imminente. Ora abbiamo deciso di tornare la’, nel piu’ breve tempo possibile, per vedere cosa sta succedendo. Con quali strumenti? Un vulcano sottomarino va tenuto sotto controllo per mezzo di sensori che, posizonati in punti strategici, offrano continui rivelamenti, risponde Pompilio. Si potrebbe utilizzare una stazione sisimica chiamata Obs, gia’ rodata su altri grandi vulcani in tutto il mondo, come il Kilauea, nelle Hawai, o il Kick’em Jenny, nelle Antille. Ma come sta davvero la Ferdinandea? E cosa succederebbe nel caso decidesse di svegliarsi? Qualcosa di molto simile, pare, a quello che e’ successo a Stromboli. Per essere certi della ripresa dell’attivita’ vulcanica dovremmo registrare i tipici "sciami" di scosse sismiche, l’aumento dell’attivita’ gassosa e la mutata composizione chimica della lava. Ma questi segnali devono manifestarsi contemporaneamente, dice SIlvio Rotolo, un ricercatore dell’Universita’ di Palermo che sta studiando proprio le rocce basaltiche provenienti dall’atollo sommerso.

Finora a Ferdinandea non e’ stato registrato nulla di tutto questo. E il fatto che l’isola stia risalendo (negli ultimi tre anni e’ passata da -8 metri di profondita’ a -5,70) non rientra tra i parametri-spia. In ogni caso, se la Ferdinandea emettesse anche una sola goccia di magma succederebbe il pandemonio. Tutto sotto controllo, dunque. Ma l’isola cara a Re Ferdinando II di Borbone, resta pericolosa, ancorata com’e’ a 190 metri di profondita’, proprio al di sotto del braccio di mare che separa Sciacca da Pantelleria. Sono venti milioni di anni che tutta la zona e’ sottoposta a grandi tensioni, dovute al continuo scontro tra due grandi placche continentali, quella nordafricana e quella euroasiatica, che proprio nel canale di Sicilia hanno la loro cerniera, dice Rotolo. In quel punto la crosta terrestre e’ molto sottile e favorisce la fuoriuscita di magmi. La Ferdinandea, poi, si trova proprio in corrispondenza di una spaccatura della crosta, attraverso la quale il magma risale dal mantello, e da li’ pesca lava, attraverso un canale lungo circa 25 chilometri. Inoltre, al contrario dell’Etna, non c’e’ una camera in cui il magma si accumula prima dell’eruzione. E questo complica il compito di chi deve prevedere il comportamento del vulcano. Ma il Mediterraneo e’ in ebollizione e la cautela e’ d’obbligo. Dopo l’Etna e lo Stromboli potrebbe essere la volta della Ferdinandea. E c’e’ gia’ chi, vista l’aria che tira, pensa di tenere sotto stretta sorveglianza anche il Marsili, una montagna sottomarina alta 3000 metri, a meta’ strada tra Cefalu’ e Salerno. E’ il piu’ grande vulcano d’Europa e il suo risveglio potrebbe provocare un’onda anomala dagli esiti catastrofici su tutto il Tirreno.

Marco Merola

Nascita dell’isola Ferdinandea nel 1831
problemi di Diritto Internazionale tuttora irrisolti.

Signor Presidente, il mio intervento per parlare della comparsa di un vulcano sottomarino, l’isola Ferdinandea, evento geologico che lo scorso secolo ha avuto come teatro il Canale di Sicilia, nasce dalla rinnovata attenzione verso tale fenomeno, che oltre a suscitare un forte interesse dal punto di vista scientifico, ha riproposto delle questioni di Diritto, Internazionale, apparentemente scomparse assieme all’Isola nello stesso 1831, ma in realtà pronte a riemergere, nel momento stesso in cui ne viene paventata la riemersione. Ecco i fatti. Nel giugno di quell’anno, una serie di scosse telluriche gettarono lo scompiglio nella cittadina di Sciacca: erano i segni prodromici di un evento geologico straordinario, la nascita nel bel mezzo del mare, di un vulcano, che si sarebbe manifestato in tutta la sua inquietante magnificenza, nei primi giorni di luglio. La Sicilia fremeva per l’imminente arrivo a Palermo, di re Ferdinando II di Borbone, in occasione dei festeggiamenti in onore di S. Rosalia. Anche il mare in quei giorni fremeva: sotto l’atterrito cospetto dei pescatori che battevano il tratto di mare antistante la costa sud-occidentale della Sicilia, le acque ribollivano. Dalle profondità marine, risalivano in superficie, pomici e chiazze oleose, mentre l’aria odorava di zolfo; il 5 luglio, al rimescolio delle acque, si aggiunse la fuoriuscita del fumo: i tempi erano maturi per il parto della nuova terra, evento che si manifestò infatti il 17, con l’emissione di lava infuocata, cenere e lapilli. Il tutto con il coreografico sollevarsi di alte colonne d’acqua, in uno spettacolare quanto terrificante evento, ben visibile da Sciacca. L’11 luglio era già arrivato a Palermo re Ferdinando, che alla notizia della nascita del vulcano, inviò sul luogo, la real corvetta bombardiera Etna, nome quanto mai appropriato, per studiare il fenomeno. Al comando, il capitano di fregata don Raffaele Cacace. La nave, varata il 18 settembre dell’anno precedente nei canteri di Castellammare di Stabia, era moderna ed armata di 14 cannoni. Notata l’attenzione borbonica verso la nuova terra, anche gli inglesi cominciarono ad interessarsi più concretamente al vulcano e non certo per fini scientifici: da Malta, quale risposta alla missione dell’Etna, venne inviato sul luogo, il cutter Hind, al comando del tenente Coleman. Paradossalmente, quel tratto di mare andava divenendo sempre più incandescente, man mano il vulcano si andava raffreddando. Per una vera missione scientifica, venne incaricato un famoso geologo di Berlino, Federico Hoffmann, che partito da Sciacca col battello Gesù, Giuseppe e Maria, effettuerà i primi rilevamenti a distanza dell’Isola, in quanto in piena attività eruttiva. Anche l’Università di Catania, si interessa al fenomeno ed intende studiarlo, affidandosi alla competenza di un valente scienziato, Carlo Gemmellaro: questi partirà da Sciacca il 10 agosto. Misurerà il vulcano: da ponente a levante, 200 metri, una circonferenza di mezzo miglio ed un’altezza di 27 metri. Ma appena possibile bisogna prenderne possesso e per far questo vi si deve piantare un vessillo. Il 7 agosto un viaggiatore inglese tenta di sbarcare: ha anche portato da Sciacca, da dove è partito, una bandiera, ma a causa delle eruzioni, fallisce la missione. Addirittura prima, il 2 agosto, un altro inglese, il cap. Mumphrey Le Fleming Senhouse, aveva dichiarato di essere sbarcato sull’Isola e di averne preso possesso in nome della Gran Bretagna, chiamandola isola di Graham, nome del banco marino su cui riteneva poggiasse il vulcano (il banco a sua volta era stato così chiamato, da sir James Robert George Graham, politico inglese); lo sbarco è in realtà poco verosimile, date le condizioni ambientali proibitive di un vulcano in piena attività. Ha invece successo, la deputazione sanitaria di Sciacca, che invia sull’Isola il 13 luglio, una barca peschereccia, comandata da Michele Fiorini. Questi provvede a prenderne il possesso, conficcando sulla sabbia nerissima del vulcano, un remo alla cui estremità era legata una bandiera: il tutto sancito da un verbale redatto al ritorno, nella cancelleria di Sciacca. Il 20 agosto, vi sbarca il chirurgo inglese Osborne ed altri ufficiali inglesi venuti da Malta; gli sbarchi continuano per tutto agosto. La questione dell’appartenenza della nuova terra è sempre più pressante. Gemmellaro, dato che l’isola si manifestò in concomitanza dell’arrivo del re a Palermo, volle chiamarla Isola di Ferdinando II. Il re soddisfatto, provvederà con un atto sovrano del 17 agosto 1831, a chiamarla Ferdinandea e ad annetterla formalmente al Regno delle Due Sicilie

Anche i francesi avevano tentato di darle un nome: Constant Prevost e Edmond Joinville, durante una visita per una missione geologica il 28 settembre, l’avevano chiamata Giulia (nome armonioso, molto italiano, dettato dal fatto che l’isola era nata a luglio). Essi vi piantarono il tricolore francese ed anche un cartello con data e nome dei visitatori. Il geologo inglese Charles Lyell, la chiamò Sciacca, ma la Royal Society di Londra e la Società di Geologia, la chiameranno definitivamente Graham, nome che nelle moderne carte nautiche, indica l’attuale basso fondale, ciò che rimane dell’isola. L’intenso circolare in quella zona ed in quel periodo di navi da guerra inglesi, sotto il comando del v. ammiraglio Hotham, che fa pattugliare la zona allo sloop Ferret, tradisce mire di possesso ormai palesi, per cui il governo siciliano, è costretto a sua volta ad inviare un’unità, al comando del capitano di fregata Valguarnera. Ma il mare sta già provvedendo a placare gli animi dei contendenti, volendo usare un eufemismo molto appropriato, gettando acqua sul fuoco. L’elegante pacchetto a vapore Francesco-I, viene fatto salpare da Napoli per un’ultima ricognizione, ed il 27 ottobre raggiunge un’isola che si presenta molto ridotta in ampiezza: i materiali che la costituiscono, in prevalenza sabbie pomicee, sono facile preda dei marosi e quella poco consistente terra, comincia a sfaldarsi. Non c’è più il fenomeno eruttivo a sostenerla, anzi le lave dure e resistenti, non hanno avuto neppure il tempo di raggiungere la superficie. Il 16 novembre Ferdinandea appare smembrata come un piccolo arcipelago, ma ancora qualcuno, in 2O novembre, riesce a sbarcarvi: è Walter Scott, uno scrittore scozzese. Due scosse di terremoto, una il 15 ed una il 16 dicembre, decretano la fine dell’isola. Dopo cento settant’anni, quel tratto di mare torna a brulicare di unità navali, mentre dalle sue acque, emergono rigogliose bolle d’aria: è l’aria liberata dalle bombole dei sommozzatori della Lega Navale di Agrigento e del Club Seccagrande di Ribera, mentre le navi sono quelle della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto: si sta effettuando una missione scientifica sui resti sommersi del vulcano, sotto il coordinamento scientifico dell’Ordine Regionale dei Geologi. In quel tratto di Canale di Sicilia, distante poco più di 20 miglia dalle nostre coste, due placche continentali sono interessate da un movimento che tende ad allontanarle e quando questo avviene, si originano delle scosse telluriche mentre la crosta terrestre, in questo punto molto sottile, si frattura e lascia fuoriuscire del magma; se l’eruzione sottomarina dura a lungo, la lava raggiunge la superficie e si forma un’isola. In questo modo sono nate Linosa, Pantelleria e Ferdinandea e per tale motivo, questi fenomeni hanno un carattere di ciclicità. Un fenomeno potenzialmente rischioso dal punta di vista sismico per le nostre coste, come hanno mostrato i terremoti del 1831 e quello più recente del 1995, dunque da monitorare. Ecco il motivo dello operazioni ideate e coordinate dal sottoscritto, che ha portato sommozzatori e geologi, ad effettuare rilevamenti e prelievi di campioni di lava, studiati dal Dipartimento di Chimica e Mineralogia dell’Università di Palermo.

Le missioni però hanno sortito un effetto non previsto, un’attenzione enorme da parte di stampa e televisioni, non solo italiane, che hanno amplificato a dismisura, la nostra ricerca, fino a preannunciare (notizia priva di fondamento), l’imminente riemersione dell’isola e la notizia, ha spinto il governo inglese, a rivendicarne la sovranità, in base a presunti diritti accampati nel 1831. L’anacronistica quanto inopportuna rivendicazione, riportata dal Times, ha creato imbarazzo al Ministero degli Esteri della nostra Nazione, sulla cui piattaforma continentale, insiste il vulcano sottomarino; lo scrivente, ha dovuto stilare una dettagliata relazione al Ministro Dini, chiarendo che allo stato attuale, non ci sono segni di eruzione sottomarina e dunque di imminente riemersione

Come stanno dunque le cose dopo cento settant’anni? Di chi sarebbe l’Isola se dovesse riemergere? Si arriverebbe a pericolosi o quanto meno antipatici contenziosi tra nazioni, come nel 1831? La recente rivendicazione inglese, tra l’altro manifestata senza neppure il concretizzarsi dell’oggetto della contesa, ci induce ad affrontare con serenità la questione ed anche preventivamente, dato che, come affermano i geologi, l’isola potrebbe prima o poi riemergere: affrontare in anticipo la questione, eviterebbe future situazioni di imbarazzo se non di forza. Allo stato attuale, nessuna nazione può rivendicare una terra che non esiste, in quanto come abbiamo visto, ciò che resta dell’Isola, giace ad una profondità minima di -8m e massima di -190. La Convenzione Internazionale del 1982 di Montego Bay, stabilisce che comunque, il banco di Graham, distante circa 24 miglia dalle nostre coste, giace nella piattaforma continentale italiana (che arriva fino a 200 miglia dalla nostra linea costiera); l’articolo 149 della stessa convenzione, relativamente al patrimonio storico e archeologico, stabilisce che "per tutti gli oggetti di carattere storico o culturale trovati entro le 200 miglia di uno stato costiero, si deve tenere conto dell’origine storica e culturale dei reperti"; ma Ferdinandea, non è un oggetto storico. Inoltre, per quel che riguarda la competenza territoriale in materia, fiscale, sanitaria e di immigrazione, dichiarando la cosiddetta Zona Contigua Marittima, una nazione può estendere i propri poteri territoriali dalle attuali 12 miglia, fino a 24; l’Italia però non ha ancora provveduto a dichiarare tale Zona Contigua, probabilmente per il quieto vivere con Paesi dirimpettai come l’ex Jugoslavia. Dopo la recente rivendicazione britannica sulla Ferdinandea, anche gli esperti di Diritto italiani si sono posti la questione e sul numero di giugno di Rivista Marittima, il mensile pubblicato dalla nostra Marina Militare, il cap. Fabio Caffio, responsabile dell’Ufficio Affari Giuridici Internazionali dello Stato Maggiore della Marina, prendendo spunto dalle nostre missioni sul vulcano ed il tentativo di accamparne diritti da parte della Gran Bretagna, ha scritto un interessantissimo articolo intitolato "La disputa virtuale sull’isola Ferdinandea". Caffio, afferma in tono rassicurante, che oggi non si arriverebbe a risolvere il contenzioso con l’impiego della forza, in quanto si demanderebbe la soluzione della controversia, ad un Organismo internazionale, come la Corte Internazionale di Giustizia o la Corte Permanente di Arbitrato; c’è da dire di contro, che l’atteggiamento dal tono imperialistico mostrato in questa vicenda dagli inglesi, ci rassicura di meno e ci rimanda a memorie non tanto lontane, quando protagoniste di contenzioso, furono alcune sperdute isole, che si chiamavano Falkland ed il contenzioso non fu impugnato dalle Corti di Arbitrato, ma dalle navi da battaglia britanniche e dai caccia argentini. Nel 1831, l’esercizio di sovranità fu esercitato esclusivamente dai Borbone, che provvidero tra l’altro, ad effettuare sull’isola dei rilievi, compito affidato al Reale Ufficio Topografico, elaborati da Benedetto Marzolla (che nel dicembre del 1831, pubblicò la descrizione dell’Isola, corredata da pregevoli stampe); inoltre, in materia di sovranità di terre affiorate all’improvviso, la giurisprudenza arbitrale internazionale è concorde nel ritenere che il possesso di una terra debba essere aperta, esclusiva ed effettiva e non serve piantare semplicemente una bandiera: ecco perché gli inglesi non hanno nulla da rivendicare; vige poi il principio della contiguità, cioè l’interesse giuridicamente tutelato dallo Stato costiero più vicino all’Isola e dunque dall’Italia, in quanto come già detto, il vulcano insiste sulla nostra piattaforma continentale. Anche se effettivamente coloro che esercitarono tangibile sovranità sull’Isola furono i Borbone, se c’è un Paese che oggi può vantare un titolo, questi è l’Italia, quale Stato successore del Regno delle Due Sicilie. Ma per amore di obiettività, a questo punto si potrebbe affermare che in caso di riemersione dell’Isola, anche i Borbone potrebbero partecipare al contenzioso, poiché Ferdinandea si verrebbe a trovare ben oltre le acque territoriali italiane, dunque al di fuori dei suoi confini. Per fortuna questa è semplice speculazione: dobbiamo sperare che l’evento non si ripeta, in quanto un’eruzione sottomarina non è mai atraumatica e si potrebbe accompagnare a forti terremoti ed onde di maremoto; è quasi certo che un’antica eruzione con epicentro Ferdinandea, abbia determinato la distruzione della splendida città greca di Selinunte, distruzione finora attribuita ai 60 elefanti di Pirro, nel 270 a.C. Dunque un evento che a parte le implicazioni di sovranità, potrebbe comportare ben più gravi problemi. Ma la controversia, ha rappresentato anche lo spunto per un’iniziativa dal sapore provocatorio ma non politico, che ha condotto il sottoscritto ad invitare il successore al Regno delle Due Sicilie, S.A.R. il principe Carlo di Borbone, a recarsi con i nostri sommozzatori sui resti dell’Isola, per deporre nei suoi fondali una lapide, dove le lettere di bronzo, recitano che quella terra è appartenuta ed apparterrà sempre, sia culturalmente che storicamente, al popolo siciliano

Relatore dr. Domenico Macaluso – Ispettore Onorario ai BB.CC. della Regione Sicilia.

giu
30

Un giorno di pesca

Posted by saltidivento on giugno 30, 2009

E poi la notte lascia campo al mattino, soffice si alza sui colli e il Sole incendia il Mediterraneo, sei sulla barca stai andando a pesca, solchi il mare e l’aria tersa del giorno che nasce.

I gabbiani cominciano la loro danza, si tuffano sul mare e poi riemergono più in là e riprendono ancora il volo, mentre si alzano nella loro ascesa verso l’immenso azzurro sembrano sgraziati quasi scoordinati ma poi una volta in aria sono magnifici, così diversi da quelli che vedi all’interno, non spazzini ma figli della libertà.

Tranquilla è l’anima tua i pesci di superficie disegnano strani ghirigori sull’acqua, mentre la scia della tua barca  la fende, e il rombo dle motore sembra quasi alieno seppur sommesso.

Ecco sei arrivato alla postazione di pesca, lontana la terra sembra quasi Avalon l’isola delle nebbie, spegni il motore controlli con l’ecoscandaglio la profondità e ti ancori, comincia la giornata le canne che hai lucidato la sera prima risplendono al sole e il primo pesce che tiri con forza dal mare è un omaggio di Nettuno , ora è solo illieve sciabordio del mare sullo scafo l’unico rumore che spezza la tranquilità.

Sono così questi giorni di mare fra pensieri volanti come gabbiani  serenità vera, di quella che senti dentro l’anima tua, senza parole forse solo da vivere, in fondo sei ancorato sopra un’isola che ha visto la luce solo per sei mesi al largo di Sciacca.

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